Il mito del multitasking ci tiene sotto scacco. Come le palline di un flipper, saltiamo da una dimensione all’altra, nello sfidante tentativo di riuscire a fare tutto. L’ansia da tabella di marcia è una costante, e proprio quando rischiamo di “toppare” l’ennesimo incastro, ci si mettono anche loro, i figli!

Non collaborano, ci costringono ad una negoziazione continua, richiedendo tempo ed energie che non possiamo permetterci. Perché nell’era del multitasking, fare e pensare ad una cosa per volta, non è neanche più un lusso, bensì un fallimento. Chiusi gli impegni di lavoro, ci proiettiamo nel susseguirsi delle restanti missioni quotidiane, ma la loro presenza ci rallenta, rendendo tutto più faticoso. Sembra quasi che lo facciano apposta!

E se fosse proprio così? E se stessero cercando di dirci qualcosa?

Attribuiamo il nostro affanno alle troppe cose da fare, ma qual è il valore che diamo agli impegni che occupano il nostro tempo? E alle persone con cui lo condividiamo?

Le commissioni da sbrigare, i figli da accompagnare e la cena da preparare non spariranno dalla nostra lista. Se viviamo questi spazi come momenti di “non-vita”, anche loro faranno altrettanto da adulti. E nel frattempo si sentiranno come gli ostacoli che i genitori devono saltare tra una “boccata” di vita e l’altra.

Solitamente, in questi casi, la risposta dei più piccoli è diventare insistenti e stressanti, con un’incessante richiesta di attenzione (anche negativa, pur di averla) che ha per sottotesto: “se sono un impegno, sarò il più impegnativo!”.

Da parte dei figli più grandi, invece, la risposta è l’isolamento e la mancanza di collaborazione. Del resto, chi ama la vita prenderà inevitabilmente le distanze da momenti di “non-vita”! E poi, anche noi adulti, risucchiati dal vortice dell’inadeguatezza, ci tuffiamo nell’iperconnesione per nutrirci di disconnessione dalla realtà, sperando di rigenerarci.

Ma che tipo di nutrimento stiamo cercando veramente?

Stando alla Piramide di Maslow, dove la gerarchia dei bisogni umani va di pari passo con le motivazioni che guidano i nostri comportamenti, una volta soddisfatti i bisogni fisiologici, di sicurezza e protezione, è il momento di nutrire il bisogno di appartenenza e riconoscimento, per poterci poi esprimere al meglio nell’autorealizzazione. 

Il bisogno di appartenenza si fonda principalmente sull’amore, un amore che parte dal ricevere, sentendosi percepiti e accettati, per poi evolvere nel dare, nella decisione consapevole di essere insieme, uniti, parte di qualcosa. 

È la fase della vita in cui impariamo a tradurre i nostri sentimenti in gesti d’amore, attenzione e rispetto, che trovano nel contributo la loro espressione, e nel riconoscimento la gratificazione.

E come in ogni team che funziona, anche in famiglia, la condivisione di impegni e responsabilità, oltre a garantire l’avanzamento quotidiano, alleggerisce il carico di ciascuno e unisce i componenti, trasmettendo al singolo la sensazione di essere prezioso per il gruppo.

È vero che la maggior parte delle cose che facciamo sono soprattutto per loro, ma quando sentiamo che i nostri figli ci rallentano, significa che è ora di guardarsi allo specchio e chiedersi:

  • lo sto facendo per loro o con loro?

  • che faccia ho? qual è il mio tono?

  • mi concentro solo sui miei pensieri o anche sulla loro compagnia?

Lavoro e tempo libero, impegno e riposo, sono due facce della stessa medaglia. Se ne condividiamo solo una, qualunque essa sia, le relazioni ne risentiranno, generando evasione e isolamento. I figli amano trascorrere il tempo con i loro genitori, non importa facendo cosa. Metterli in standby mentre spuntiamo la nostra lista non nutrirà il bisogno di appartenenza e riconoscimento di nessuno.

E cosa vogliamo che ricordino della vita familiare tra vent’anni?

Momenti di alienazione reciproca o spirito di squadra?

Tutto questo ci richiama inevitabilmente a riempire di senso il tempo che trascorriamo con loro, facendo le cose di tutti i giorni, e che trattiamo come “non-vita”.

Si è sempre in tempo per recuperare la connessione emotiva che abbiamo sepolto sotto la tabella di marcia. Questo non vuol dire smettere di portare avanti la giornata, ma semplicemente farlo insieme. Probabilmente è vero, ci rallenteranno, ma alla fine avranno il serbatoio pieno di appartenenza e riconoscimento… e anche noi.

Non si ricorderanno di averci aiutato a fare la spesa, a preparare le polpette o a mettere a posto i vestiti; ricorderanno le chiacchiere, le divergenze di opinione, le risate, i commenti e gli scambi di sguardi nell’averlo fatto insieme.

Nei piccoli silenzi, ascolteranno le loro emozioni e, se avranno voglia, ce ne parleranno. In caso contrario, resteranno in silenzio… e noi con loro. Perché, a volte, basta esserci… e saremo qui anche domani.

Per fare quello che dobbiamo fare, ci vogliono esattamente i minuti che abbiamo a disposizione. Sta a noi scegliere se viverli come momenti di apnea o soffi di vita. Anche cambiare prospettiva è questione di allenamento e con il Parent Coaching puoi farlo.

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