“Sono tempi duri per i genitori… E anche per i figli” – Daniel Goleman

Ci sono momenti in cui stare con i figli è davvero impegnativo. Ingolfati su tutti i fronti, vorremmo solo che ci seguissero, senza intralciare i nostri piani.

E invece, eccoli pronti a puntare i piedi con la protesta di turno o disperarsi per quella che ai nostri occhi è soltanto una banalità.

Quanto ci farebbe comodo che non piangessero, non gridassero, non si arrabbiassero… insomma che non provassero emozioni!

Ma per fortuna le emozioni ci sono, irrompono in ogni istante della nostra giornata, influenzando i pensieri che affollano la nostra mentre, le parole che ci escono di bocca e il modo in cui scegliamo di comportarci.

Perché le emozioni non sono altro che la vita che si muove dentro di noi, in un flusso che parte dall’interno e si manifesta all’esterno, portando avanti un lavoro importantissimo: la costruzione della nostra identità.

Quello che accade ai nostri figli è già successo anche a noi e, in proporzioni differenti, ci continua a succedere ogni giorno.

E mentre sventoliamo fieri la bandiera dell’Intelligenza Emotiva, raramente riusciamo a parlare di quello che proviamo, come se questo flusso interiore fosse qualcosa di strano, incomprensibile, da tenere nascosto.

E così andiamo avanti alimentando questa convenzione, che diventa convinzione, che gestire le emozioni significa tenerle a bada.

Pretendiamo questo da noi stessi… e lo pretendiamo dai nostri figli.

Dal punto di vista pratico ci risolve molte cose, ci consente di portare avanti la giornata senza troppi intoppi; un risultato che ci fa sentire “bravi genitori” mentre i nostri figli si adeguano, manifestando solo emozioni “autorizzate”.

E così tiriamo fuori dal cilindro reazioni razionali e soluzioni pret-à-porter per sedare ogni piccola esplosione, nell’illusione di averla gestita.

In realtà l’abbiamo repressa, alimentando il rischio “pentola a pressione” che ci aspetta al primo punto di svolta, solitamente quello dell’adolescenza.

Del resto, come si fa a gestire qualcosa che non si conosce, di cui non si comprende l’origine e la funzione?

Eh sì, perché le emozioni… funzionano!

Alcune ci fanno sentire meglio di altre, è vero, però stanno tutte facendo il loro lavoro:

  • la paura ci tutela dai pericoli e dagli azzardi, consentendoci di prendere il tempo necessario per valutare le nostre mosse;
  • la tristezza ci accompagna nell’elaborazione di perdite e frustrazioni;
  • la rabbia ci aiuta a definire i nostri confini e la gioia ci riempie di energie dinamiche e propulsive per realizzare noi stessi.

Ed ecco che anche le emozioni meno piacevoli ritrovano la loro ragione di esistere.

Escluderle dal nostro mondo e da quello dei nostri figli ci farà solo perdere la grande opportunità di vivere insieme qualcosa di speciale e autentico.

Ma perché è così difficile per noi adulti entrare in contatto con le emozioni dei nostri figli?

Perché ci costringe a entrare in contatto con le nostre, seppellite sotto cumuli di “dover fare” e “dover essere”, e ci ricorda l’importanza di soddisfare i bisogni dei nostri figli, quelli di carattere emotivo.

Comprendere il loro pianto e lasciarlo fluire, riconoscere il loro diritto di essere in collera per un motivo alla loro portata (anche se futile ai nostri occhi), accettare le loro paure e concedergli il tempo necessario per superarle: è questo quello di cui hanno bisogno, di un porto sicuro dove vivere le proprie emozioni e imparare a farne buon uso.

Perché gestire le emozioni significa esserne consapevoli, identificarle e comprendere quale informazione ci stanno portando; e per fare questo i nostri figli hanno bisogno della nostra autorizzazione.

E allora diamogli il permesso di provare ciò che provano. 

La spiegazione razionale del perché non bisogna piangere per quel motivo o arrabbiarsi per una cosa “da poco”, porta con sé solo il tacito messaggio che non è giusto sentirsi così.

Se nessuno gli conferma che hanno il diritto di provare ciò che provano e che succede anche agli altri, noi compresi, non riusciranno a fare il passo successivo, quello che lascia fare all’emozione il suo corso e, una volta esaurita, fa spazio alle possibili soluzioni.

Gli stiamo negando la possibilità di accedere alla fase costruttiva dello sviluppo emotivo, quella che gli consentirà di vivere le emozioni senza esserne travolto, di concedersi il giusto tempo per viverle senza rimanervi incastrato, e trovare di volta in volta la via d’uscita, cogliendone il senso e l’insegnamento.

Buttarsi sulla sponda della razionalità per calmare le acque, distaccarsi o irrigidirsi per evitare lo tsunami emotivo, non farà altro che posticipare una questione che prima o poi andrà affrontata.

E allora tuffiamoci e cogliamo l’occasione per entrare in contatto con le nostre emozioni e ascoltare le loro, agevolando quel processo di sviluppo che si nutre di empatia e interazione emotiva.

In quella speciale sintonia, troveremo il modo di viaggiare sulle loro frequenze emotive per leggerle, comprenderle e viverle insieme, alimentando la connessione che tiene salda la relazione.

E quello che proveremo arriverà dritto dove le parole non possono arrivare, regalandogli la possibilità di far esprimere la vita che si muove dentro, prendendo coscienza dei propri confini, dei propri margini di tolleranza e compromesso, di cosa li rende felici e alimenta quell’energia dinamica che darà un senso alla loro propulsione realizzativa.

Ed è così che, nel far emergere la parte più autentica di noi, questi tempi duri si faranno più morbidi.

Perché esiste un solo modo per ascoltare veramente i nostri figli: dare il via libera al flusso circolare delle emozioni, concedere a noi stessi il diritto di sentire quello che sentiamo, imparare a sentire quello che sentono loro, così come loro sentono quello che sentiamo noi.

“Perché il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce” – Pascal

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